Un pensiero che riguarda direttamente imprese, lavoratori e chi oggi prende decisioni strategiche, perché tocca il modo in cui stiamo ridisegnando il lavoro, il valore delle competenze e il ruolo stesso delle persone nell’economia che sta emergendo. Nasce dalla lettura di un articolo pubblicato su La Verità del 27 gennaio 2026, a firma Fabio Dragoni, che riporta due interventi avvenuti al World Economic Forum: quello di Alex Karp, CEO di Palantir, e quello di Larry Fink, CEO di BlackRock.
Le loro affermazioni, al netto delle interpretazioni politiche o ideologiche, pongono una questione molto concreta — e per certi versi brutale — sul futuro del lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale.
L’AI come alternativa all’immigrazione
Prima di entrare nel merito, è importante chiarire un punto: questa non è una riflessione politica sull’immigrazione, ma un’analisi delle implicazioni economiche, tecnologiche e formative che l’intelligenza artificiale sta portando con sé.
Alex Karp, alla guida di Palantir — azienda nota per soluzioni come Gotham e AIP (Artificial Intelligence Platform), utilizzate in ambito governativo, difesa, intelligence e sicurezza — sostiene che l’intelligenza artificiale permetterà di ridurre drasticamente l’immigrazione.
Il motivo? Secondo Karp, non ci sarà più bisogno di “importare persone” per svolgere lavori a basso valore aggiunto, perché questi verranno progressivamente assorbiti da automazione, AI e robotica.
Larry Fink va ancora oltre. In modo diretto, quasi spietato, afferma che:
«I grandi vincitori nei paesi sviluppati saranno quelli con una popolazione in calo.»
Secondo Fink, quei paesi che oggi vengono definiti “xenofobi”, con politiche migratorie rigide e una demografia negativa, saranno paradossalmente avvantaggiati: avranno meno tensioni sociali nel momento in cui robot e intelligenza artificiale sostituiranno masse di lavoratori. Meno persone da “dislocare”, meno costi sociali da gestire.
Le due anime di chi forma sull’AI gen
Questo conflitto, però, non riguarda solo chi fa formazione: è lo stesso che oggi vivono imprenditori, manager, docenti e decisori, chiamati a spingere sull’innovazione sapendo che ogni scelta tecnologica ha un impatto diretto sul lavoro delle persone.
Ed è qui che entra in gioco il mio conflitto personale. Come consulente e formatore di intelligenza artificiale generativa, convivono in me due anime.
La prima è razionale, quasi difensiva:
devo conoscere, capire, studiare. Per non essere sopraffatto. Per non restare indietro.
La seconda, però, è più inquieta:
formando persone e imprese sull’AI, sto forse “nutrendo la bestia”?
Sto contribuendo a un sistema che renderà superflui molti lavori umani?
È una domanda che non mi ero mai posto in modo così netto. E credo che oggi, nel 2026, non sia più una domanda teorica.
Ha ancora senso parlare di formazione?
La mia risposta, per ora, è sì. Ma non una formazione qualsiasi.
Qui serve fare una distinzione netta.
C’è una formazione superficiale, che insegna a usare strumenti di AI come scorciatoie: prompt preconfezionati, automazioni replicate senza capirne le logiche, risultati ottenuti velocemente ma senza controllo reale.
E poi c’è una formazione consapevole, che spiega cosa sta succedendo sotto il cofano, quali decisioni stiamo delegando alle macchine, quali competenze umane diventano ancora più centrali e quali rischiano davvero di sparire.
La storia ci insegna che il sapere è sempre stato un fattore di emancipazione, non di oppressione. Ogni rivoluzione tecnologica ha distrutto lavori, ma ne ha creati altri. Il problema non è la tecnologia in sé, ma chi la governa e chi la comprende.
La vera frattura non sarà tra chi usa l’AI e chi non la usa. Sarà tra chi capisce cosa sta facendo e chi la subisce.
Formazione come tutela dell’umanità
Per me, oggi, la formazione sull’intelligenza artificiale non è solo una leva di competitività per le imprese. È una tutela della nostra umanità.
Formare significa:
- dare strumenti per decidere, non solo per eseguire
- sviluppare senso critico, non dipendenza tecnologica
- aiutare persone e aziende a collaborare con l’AI, non a esserne rimpiazzate senza consapevolezza
Un’impresa formata è un’impresa che può scegliere come usare l’AI. Una persona formata è una persona che può riposizionarsi, evolvere, trasformare il proprio ruolo.
Non scaviamo una fossa, costruiamo una direzione
E qui la riflessione non può restare teorica: riguarda le scelte quotidiane di chi forma, di chi guida un’azienda e di chi decide come introdurre l’intelligenza artificiale nei processi di lavoro.
La domanda “ci stiamo scavando la fossa con le nostre mani?” è legittima. Ma forse la domanda giusta è un’altra:
Chi sta tenendo la pala, e chi sta disegnando il progetto?
Se la formazione serve solo a premere bottoni, allora sì: è pericolosa. Se invece serve a comprendere limiti, potere, implicazioni economiche e sociali dell’AI, allora diventa l’unico vero antidoto.
Io continuo a credere che non possiamo permetterci di non guardare al futuro. Ma possiamo — e dobbiamo — decidere con quale livello di consapevolezza entrarci.
Ed è esattamente lì che, oggi più che mai, la formazione fa la differenza.